il Sindacato Universale Digitale
Nel lessico dell’economia digitale domina una parola ingannevole: utente. Il termine utente suggerisce passività, consumo, utilizzo marginale di un servizio.Ma il cosiddetto utente, nella realtà dell’infrastruttura digitale contemporanea, non è solo un consumatore. È un produttore di valore.1
Ogni gesto compiuto nello spazio digitale - scrivere, cercare, leggere, scorrere, commentare, guardare, sostare - genera dati. Ogni dato alimenta sistemi di apprendimento automatico, modelli predittivi, infrastrutture pubblicitarie e finanziarie. Ogni microframmento di comportamento umano diventa materiale economico.
Ciò che viene chiamato universo delle piattaforme non è altro che un’immensa fabbrica diffusa, nella quale miliardi di individui lavorano senza salario, senza contratto e spesso senza consapevolezza.2
La grande trasformazione economica del XXI secolo consiste precisamente in questo: la cattura sistematica della generalità dell’esperienza umana come materia prima, come mezzo di produzione, come valore economico e finanziario.3
Necessità di un sindacato universale digitale
Ogni forma storica di lavoro ha generato, prima o poi, forme di organizzazione collettiva. La fabbrica industriale ha generato il sindacato operaio e le società di mutuo soccorso.Anche l’essere digitale deve compiere questo decisivo passo di autodifesa della propria classe che coincide con la salvaguardia e la sopravvivenza dell’intera specie. La società digitale esige un sindacato universale dei produttori di valore informazionale. Questo sindacato non può essere nazionale.Le infrastrutture digitali sono transnazionali, dunque il sindacato che evochiamo deve essere un sindacato digitale universale.4 La sua funzione non è semplicemente difensiva.Deve ridefinire il rapporto tra società umane e infrastrutture tecnologiche, tra individui e collettività, tra valore economico e valore sociale, tra proprietà e improprietà, tra sfera pubblica e sfera privata
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Sulla concettualizzazione del lavoro digitale e l’utente come “produttore di valore” non retribuito, l’analisi fondativa è di Terranova, T. (2000), Free Labor: Producing Culture for the Digital Economy, in “Social Text”. ↩︎
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L’idea dell’universo delle piattaforme come “fabbrica diffusa” (social factory) in cui gli individui lavorano inconsapevolmente è ampiamente decostruita in Scholz, T. (2013), Digital Labor: The Internet as Playground and Factory, Routledge. ↩︎
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Il concetto di estrazione sistematica dell’esperienza umana come materia prima è il nucleo della ben nota teoria esposta in Zuboff, S. (2019), The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, Profile Books. ↩︎
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Sull’urgenza e la necessità di nuove forme di rivendicazione transnazionali per i lavoratori dell’informazione e piattaforme digitali cooperative, cfr. Woodcock, J. & Graham, M. (2020), The Gig Economy: A Critical Introduction, Polity Press. ↩︎